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PROMUOVIAMO IL RITORNO IN ITALIA DELLE AERONAVI DI NUOVA TECNOLOGIA CON IL SUPPORTO DELLA ZEPPELIN LUFTSCHIFFTECHNIK E DELLA DEUTSCHE ZEPPELIN REEDEREI. MEMBRI FONDATORI ANDREA FONDA, PRESIDENTE, HANS JOERG BRODA, SEGRETARIO, HANS PAUL STROELE, COMANDANTE DELLO ZEPPELIN NT. 

L'artista fiorentino Piero Viti esporrà ad Ozzano una personale interpretazione della tecnica di mail-art su un invio di alcune buste contenenti del materiale che riguarda lo Zeppelin NT da parte della nostra associazione. Sarà possibile anche aquistarle o commissionarle.

L'artista fiorentino, in via del tutto eccezionale e per la nostra associazione, si rende disponibile anche ad uno sconto del 20% sull'acquisto di alcune sue opere storiche che custodisce gelosamente nella sua casa di Firenze. Maggiori informazioni ad Ozzano!

 

PIERO VITI

Piero Viti nasce a Volterra (Pisa) nel 1931, anche se vive a Firenze da molti anni. Conseguita l’abilitazione all’insegnamento del Disegno nella scuola superiore di Artistica, studiando sotto la guida degli illustri Mino Trafeli, che lo definisce “ingegnere artistico”, e Mino Lazzeri, Viti inizia a creare negli anni Quaranta con disegni che indagano i rapporti tra arte e scienza, tema cardine della sua poetica, sviluppato talvolta in maniera così avveniristica da non essere compreso.

Si occupa della ricostruzione del Teatro romano di Volterra dove l’Accademia dei Lincei utilizza suoi disegni di ricostruzione, e in seguito svolge articolate esperienze progettuali e artistiche spaziando dalla scultura alla pittura, al design. Sin dal 1953 esperimenta “oggetti-progetti” e “gelo-disgelo” come piazzamenti plurisignificanti della scultura. Parallelamente a opere d’arte, realizza architetture e elementi d’arredamento come il grande pannello del Caffè Tornabuoni, in Lungarno Corsini a Firenze. Un acceso sperimentalismo lo connota fin da subito, nella sue corde non c’è posto per la figurazione. Tommaso Paloscia nota nel 1973: “…il discorso di Kandiskij ci torna alla mente…e appare meraviglioso il fatto che là dove Viti cerca di obbedire per istinto a queste regole il quadro regge autorevolmente; viceversa si indebolisce man mano che il vecchio principio viene abbandonato”. La sua ricerca continua anche oggi creando opere dal forte valore semantico e culturale che aspirano a comunicare con l’ambiente esterno seguendo il concetto di socialità dell’arte, partorite dal continuo travaglio mentale e dall’esigenza-urgenza della manipolazione, inseguendo e catturando per sempre la forma estetica per indicare al fruitore la strada di un mondo fantastico.

Scrive Giampaolo Trotta (architetto, storico e critico d’arte) nella presentazione al catalogo della mostra: La cultura artistica del Novecento si è espressa in Toscana attraverso significative personalità che, purtroppo, raramente si sono affermate appieno a livello nazionale ed internazionale, forse anche a causa dell’atteggiamento di generica noncuranza rivolto all’Arte contemporanea da parte di una Regione totalmente dedita all’esaltazione del suo patrimonio passato, indubbiamente prestigioso.

Se questo è vero per buona parte dei pittori e degli scultori attivi fra le due Guerre mondiali, lo è ancor di più per gli artisti del Dopoguerra, che hanno iniziato la loro produzione a partire dagli Anni Cinquanta: basti pensare, solo per fare qualche esempio, a Ugo Capocchini (1901-1980) o – fiorentino di adozione – a Gastone Breddo (1915-1991), a Vinicio Berti (1921-1991) o a Giuseppe Chiari (1926-2007). Questo è in parte vero anche per il volterrano Piero Viti, nato nel 1931 e pure egli fiorentino d’adozione. L’intima ed assoluta essenza della produzione artistica di Viti, che si estende per oltre cinquant’anni di indefessa attività, è quella di scultore poiché, anche quando egli realizza opere cromatiche prevalentemente bidimensionali e da appendere alle pareti (quindi, assimilabili a quadri), il suo fare è proprio sempre dello scultore, nell’accezione più ampia del termine, cioè di creatore di oggetti tridimensionali che vivono sotto gli effetti mutevoli della luce e in stretta correlazione con lo spazio circostante. Proprio quest’ultima è la caratteristica fondamentale di Viti, un elaborare elementi scultorei immersi nel paesaggio, come architetture.

Hanno scritto di lui:
Le immagini che Viti attraverso il suo molteplice lavoro ci propone si autocandidano a rappresentare il senso di esperienza continua. L'immagine non può essere altro che l'esito della manipolazione stessa. Per Viti il valore d'immagine è esponenziale rispetto a un'esperienza di ricerca sostanzialmente manipolatoria. Non riguarda dunque concettualmente problemi di forma, quanto pragmaticamente occasioni di esperienza.


E a tal punto il fare di Viti si autorappresenta, e diviene a un certo momento, e in diverse occasioni, e in soluzioni d'apparenza formale, differente, anche un «rifare»: cioè un riutilizzare esiti di precedenti operazioni di manipolazione, richiamandoli entro ulteriori manipolazioni.Appunto per Viti non conta corrispondere a un'ideologia formale, quanto a una sorta di fenomenologia segnica pragmatica. Né Viti si pone problemi di linguaggio, se non attraverso la provocazione dell'esperimento. Gli esiti del suo lavoro, se raffrontati in una rilettura temporale che implichi qualche decennio di percorso, non possono dunque che apparire piuttosto formalmente disparati, fra matericità e geometria. Ma certo trovano il loro denominatore nel fattore pragmatico e nell'implicazione materica e materiologica. (ENRICO CRISPOLTI)

I suoi oggetti sono d'una perfezione esecutiva puntuale come richiede, del resto, la perfetta concezione architetturale della forma. Ma nel funzionamento dell'oggetto prevede sempre un meccanismo di permutabilità che è decostruttivo e spiazzante, in quanto tanta compiutezza di impianti si rivela di una intrigante ambiguità, straniandosi l'esatta geometria in fantastiche conformazioni surreali, in esoteriche macchine celibi, in ibridazioni totemiche insieme arcaiche e futuribili, quando si intervenga appunto come parte attiva del gioco agendo sulle posizioni relative delle parti. Ove parrebbe formulato il primato della ragione ordinatrice, si insinua dunque l'intuizione sovvertitrice dell’immaginazione ludica, che rilancia creativamente la forma data rigenerandola. (NICOLA MICIELI)

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